CALL ME BY YOUR NAME di Luca Guadagnino

 Chiamami col tuo nome, Luca Guadagnino, 2017 – Recensione di Tommaso Ronchini 

 

Titolo originale Call me by your name – Italia, Francia, USA, Brasile 2017, regia di Luca Guadagnino. Un film con Armie HammerTimothée ChalametMichael StuhlbargAmira CasarEsther Garrel.

 

Uscendo dalla sala mi sono posto una domanda stupida e dal tono volutamente superficiale: se al centro del film, anziché un rapporto omosessuale, vi fosse stata la classica storia di un amore “impossibile” tra un ragazzo ed una ragazza, o tra un professore e la sua allieva… il risultato sarebbe stato lo stesso? O lo avremmo liquidato come il solito film vagamente romantico e un po’ melenso?

Mi sono reso conto che un simile interrogativo, in fin dei conti, non ha senso: questo film è molto meno cerebrale di quanto mi aspettassi – e, forse, di quanto desiderassi.

Non è una ricerca filosofica o esistenziale, non vuole provocare, non parla di pregiudizi né di rapporti proibiti: è, molto semplicemente, una storia d’amore. Unica e speciale, come tutte le altre.

 

Inutile perdersi in speculazioni metafisiche: il film è ciò che vediamo, non ci sono significati nascosti o secondi fini.

Questa è la grande bellezza di Call me by your name, e paradossalmente la sua grande debolezza.
Mostra troppo, senza lasciare nulla in sospeso, nulla di non dettodietro le immagini – bellissime – e le parole, ricchissime nella loro stupenda alternanza linguistica (guai a guardare la versione tradotta in italiano!), non c’è niente da approfondire, niente da scoprire.

 

E questo mi lascia vagamente insoddisfatto.

Intendiamoci: dal punto di vista estetico, il film rasenta la perfezione. Le inquadrature e le ambientazioni, i costumi e la fotografia, fino alla colonna sonora: ogni dettaglio è sublime e delicato, ogni scena appaga l’occhio, e l’orecchio e il cuore.

La villa di campagna, il frutteto, i corsi d’acqua, persino gli interni dei bar di una placida cittadina di provincia: nulla è artificioso, tutto è meravigliosa realtà.

Soprattutto i rintocchi della campana della chiesa, che continuamente echeggiano in lontananza e scandiscono il tempo delle scene, che è anche il tempo di Oliver e di Elio.

Un tempo antico ed etereo, intenso ma disteso e lento come quell’estate del 1983.

Un tempo dannatamente ristretto: solo sei settimane, da qualche parte nel nord Italia.

Un tempo di attese e di silenzi, di gesti sfiorati, di scoperte inattese e di occasioni rimandate.

Quando è il nostro tempo? Later!

Later: Oliver lo ripete continuamente, quasi fosse un motto, un programma di vita. Ci sarà tempo, più tardi.

Per ogni cosa, anche per l’amore. Ma l’amore esige immediatezza, vive della concretezza del presente e non nella speranza del futuro.

E il tempo trascorre, inesorabile: finisce anche questa lunga estate, fa capolino la solita quotidianità.
Arriva la neve, e cancella i segni indelebili di quell’amore lontano, attutisce i rumori e il dolore del distacco: fino all’ultima telefonata, fino all’ultima scena, culmine della bellezza e apice di tutto il film.

Una sequenza che, finalmente, lascia senza fiato e ci regala due minuti di un’intensità così rara da meritare l’Oscar.

Quanto dura il tempo? Il nostro tempo è estremamente limitato: ma l’amore lo dilata nell’infinito. 

For the love, for laughter, I flew up to your arms.

 

Tommaso Ronchini

 

 

 

Un commento

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