MANCHESTER BY THE SEA di Kenneth Lonergan

 

Manchester by the sea – Kenneth Lonergan, film 2016

 

RECENSIONE POETICA di TOMMASO RONCHINI 

Il silenzio e la distanza non leniscono le ferite. Ma almeno proteggono da rinnovate delusioni, da nuove devastanti rivelazioni.

I dialoghi, d’altronde, quasi sempre si risolvono in un fallimento: se si prova a contarli, non c’è bisogno di due mani per tenere a mente quelli in cui i protagonisti non si mandano a fanculo.

A che serve parlare, se la verità che ci si porta dentro – e che ci segue inesorabile, ovunque si tenti di nascondersi – è indicibile, inafferrabile, totalmente incomprensibile?

Non ci sono parole per esprimere un dolore del genere: per fortuna e per dannazione rimangono i ricordi, i flash- back, a dare forma ai pensieri impenetrabili di Lee Chandler (un Casey Affleck perfetto) e a svelarci, in modo brutale quanto inatteso, la terribile verità che un uomo di neanche quarant’anni è costretto ad affrontare (o a fuggire?) ogni maledettissimo giorno.

Attenzione: è una verità talmente dolorosa, che una volta usciti dalla sala lo stomaco rimane aggrovigliato per ore e per giorni interi; le lacrime vorrebbero esplodere, sarebbe così liberante! Eppure, paradossalmente, per tutta la durata del film è più facile ritrovarsi a sorridere che non a piangere.

Certo, zio Lee non sorride quasi mai: gli occhi, umidi e vitrei, sono continuamente sull’orlo del pianto, tanto che sembra quasi di scorgere il groppo da troppi anni piantato nella sua gola, e di percepire quell’inconfondibile bruciore alle narici che prelude alla più umana delle catarsi.

E invece no. Nessun pianto, nessuno sfogo, nessuna disperazione.

Persino la morte di un fratello, del fratello, appare come un evento quasi ordinario, niente più che un prosaico susseguirsi di burocrazie da sbrigare, scocciature da affrontare, finti sorrisi da dispensare. Nemmeno in un’occasione del genere, così drammatica, Lee si lascia andare ai sentimentalismi: chiuso nel suo silenzio impastato di una tristezza invincibile, ripercorre con i passi e con la mente i luoghi dove è nato, dove è cresciuto, dove – quella notte – è morto anche lui.

La sola voce (telefonica) della ex moglie del fratello lo infastidisce; qualsiasi presenza femminile gli è insopportabile. Ma l’incontro, apparentemente casuale, con la ex moglie, è l’apice del film e del suo magone insolubile: momento di intensità rarissima e raffinata, che da solo vale l’Oscar per i due attori (anche se purtroppo quello a Michelle Williams è rimasto solo una nomination).

Un momento che spezza il cuore, dei protagonisti ma soprattutto degli spettatori: ora trattenere le lacrime è davvero impossibile, ora finalmente ci si può sfogare.

Almeno noi, che siamo di qua dallo schermo.

Ma chi spera in una svolta rimarrà deluso: a Manchester non c’è redenzione. La memoria è una persecuzione, e tu lo sai perché qui non posso rimanere.

Nonostante un nipote così energico, così ironico, così vitale. Nonostante un motore nuovo, e nuovi orizzonti da navigare. Nonostante il perdono, e l’amore che non ha fine.

Bisogna ripartire. Per dimenticare, o anche solo per poter piangere. In silenzio.



Per la recensione generica e tutti i riferimenti puntuali al cast, con i link di approfondimento: www.mymovies.it

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