DOES EVERYBODY HAVE TO BE THE GREATEST STORY EVER TOLD? | PLAYLIST 06.2018 | SPOTIFY

DOES EVERYBODY HAVE TO BE THE GREATEST STORY EVER TOLD?

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Playlist e testo di Tommaso Ronchini

“È così importante essere al centro dell’universo? Sentirsi la miglior storia mai raccontata?”

Sembrerebbero interrogativi di un novello Platone, dedicati all’epoca di Instagram e delle sue famigerate stories: molto più semplicemente, è quanto si chiede Josh Tillman in God’s favourite customer, la sua quarta fatica sotto lo pseudonimo di Father John Misty. Un album intimista e delicato, che arriva ad appena un anno di distanza dall’ottimo ed esuberante – per quanto non unanimemente apprezzato – Pure comedy.

Forse noi non sentivamo l’esigenza di un suo nuovo album, evidentemente Mr. Tillman sì: e di certo non ci lamentiamo di tanta e tale generosità!

“Dove sono le chitarre?!”

Se lo sono chiesti in tanti, dopo aver ascoltato Tranquility base hotel and casino. In effetti, gli Arctic Monkeys si sono fatti attendere a lungo: cinque lunghi anni sono trascorsi dal capolavoro AM, che ha segnato una svolta poderosa ed inconfondibile nella loro già celebratissima carriera. Dopo un’attesa del genere, i fan più sfegatati speravano forse in un disco potente e smaccatamente rock, da cantare e ballare negli stadi… invece, gran parte di loro è rimasta a dir poco spiazzata.

Non si può negarlo: se qualcuno si aspettava la nuova Fluorescent adolescent, o anche solo una Mardy Bum 2.0, rimarrà (molto) deluso. Personalmente, tuttavia, ho apprezzato moltissimo questo album: le sue atmosfere  ed i suoi arrangiamenti, le tantissime parole e l’onnipresente pianoforte.

Più in generale, guardo con sempre con favore e con grande curiosità alle evoluzioni stilistiche e musicali dei miei artisti preferiti – preferendo di gran lunga chi riesce a sperimentare rispetto a chi si incancrenisce per decenni nello stesso identico sound. Certo, i cambiamenti possono risultare faticosi e a volte addirittura stridenti… ma l’arte è anche questo, no? Del resto, pensate se Bruce Springsteen, dopo Born to run e Darkness, si fosse limitato a ripetersi e ad autocelebrarsi: non solo avrebbe prodotto delle brutte copie di quelle pietre miliari, assolutamente irraggiungibili, ma soprattutto non avrebbe mai dato alla luce Nebraska o The ghost of Tom Joad…

“Ma tu sei sempre triste?”

Se lo è sentito chiedere James Blake, giovane autore e producer britannico dall’aria sempre cupa e malinconica: lui ha risposto che non è vero, che non è affatto depresso, ma in effetti anche la deliziosa Don’t miss it non sembra fare eccezione.

“Chissà se questi Twin Peaks si ispirano all’omonimo capolavoro Lynchano…”

Me lo sono chiesto io qualche settimana fa, quando per puro caso mi sono imbattuto in questo quintetto statunitense: non ho trovato una risposta e trovo la loro scelta quanto meno bizzarra, ma Surrender è un pezzo rock divertente ed orecchiabile.

A proposito: in questi giorni ho terminato la terza stagione di Twin Peaks. L’ho amata come nessun’altra serie tv al mondo, pur nella sua follia allucinante-paranoica e a tratti incomprensibile. Tra le tante chicche, mi ha fatto riscoprire Tarifa, un pezzo bellissimo di Sharon Van Etten uscito qualche anno fa: chiude la playlist proprio come quel sipario – rigorosamente rosso – che è calato sul detective Cooper, venticinque anni dopo la morte di Laura Palmer.

Definitivamente, o forse no?

 

Ti aspetto qui

seduto sotto al sole

le strade sono come vene che si intrecciano

per arrivarti al cuore

 

3 Commenti

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