QUANTO È BELLO AVERE IL SOLE SEMPRE IN FACCIA | PLAYLIST 05.2018 | SPOTIFY

QUANTO È BELLO AVERE IL SOLE SEMPRE IN FACCIA

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Playlist e testo di Tommaso Ronchini

Nel mio Pantheon musicale ci sono alcuni gruppi con una dote rara ed inspiegabile: riescono a scrivere canzoni e melodie sempre simili nel mood come nell’impostazione vocale, negli arrangiamenti e nelle tematiche trattate; eppure, riescono a risultare sempre nuovi, sempre innovativi, sempre interessanti e – ciò che più conta – non stancano mai l’orecchio, nemmeno dopo quindici o vent’anni che “fanno la stessa musica di sempre”.

Tanto per citare tre mostri sacri: Belle and Sebastian, The National, The war on drugs.

Ecco, in questa cerchia ristretta e privilegiata colloco ora anche i Winter dies in june, band parmense capitanata dal cantante e songrwriter Alain Marenghi, che da alcuni anni calca i palcoscenici locali: il loro disco d’esordio, The soft century, aveva ricevuto un’accoglienza molto positiva dal pubblico ed una discreta eco anche a livello nazionale (il sito Indie-Rock.it, tanto per dire, lo aveva eletto a disco italiano del mese); personalmente, lo considero una piccolo capolavoro della musica nostrana e lo annovero senz’altro tra i miei venti album preferiti di sempre.

Date queste premesse, l’attesa per il loro secondo lavoro era altissima: devo dire che Penelope, Sebastian – uscito il 13 aprile e presentato al pubblico qualche settimana dopo, nella meravigliosa cornice della chiesa sconsacrata di S. Ludovico –  non solo ha rispettato le aspettative, ma le ha addirittura superate, rivelandosi per molti aspetti un album più maturo, più coerente e più accattivante del precedente. Tutto questo, sia ben chiaro, rimanendo entro il solco tracciato quattro anni fa: come dicevo, anche i Winter riescono a stupire e a piacere pur senza modificare quasi nulla nel loro approccio ai testi ed alla musica.

In generale, questi primi sei mesi del 2018 sono stati ricchissimi di uscite discografiche di qualità eccezionale: Courtney Barrett, Beach House e Motta su tutti.

Ma se devo dire qual è il mio disco del cuore, la mia scoperta preferita… non posso non citare Maria Antonietta e il suo Deluderti: nove tracce, nove canzoni perfette nella loro semplicità. Ne avevo già parlato il mese scorso, ma non ho paura di ripetermi!

L’amore e la violenza vol.2 lo colloco un gradino sotto rispetto al volume 1 (uscito nel gennaio 2017): rimane comunque un ottimo album, di cui Jesse James e Billy Kid rappresenta forse il pezzo migliore – insieme a Veronica n.2 e alle due tracce strumentali.

Questo mese poi ho recuperato alcune cose molto carine uscite l’anno scorso: Che cosa resta di Giorginess, che all’inizio avevo un po’ snobbato e che invece mi è rimasta in testa per settimane; Kasparov di Altre di B, nome dedicato ai nostalgici degli anni ’90 e delle radiocronache calcistiche (almeno, così credo); In chains dei War on drugs, per i quali non servono ulteriori presentazioni.

E poi… ci sono gli Arctic Monkeys. Il gruppo della mia adolescenza, il mio primo concerto con gli amici (Ferrara 2007). Forse i due album più ascoltati dal sottoscritto nel lustro 2004-2009, insieme all’intera discografia di Springsteen. Ora sono tornati, ma – in barba alle “nuove regole” delle etichette discografiche e della comunicazione musicale 2.0 – non hanno pubblicato nessun singolo prima dell’uscita della loro sesta fatica. Nessun trailer, nessuna anticipazione.

Così, per ingannare l’attesa, ho deciso di recuperare uno dei loro album più sottovalutati e meno apprezzati dalla critica, Suck it and see.

Tra la creazione della playlist e la stesura di questa presentazione è poi uscito l’album, ma questa è un’altra storia e vi tocca aspettare la prossima playlist. Spoiler: la playlist di giugno è già pronta.

E finalmente, senza spiegare niente

e senza dirci come siamo stati

ci togliamo i vestiti

davanti a tutto quello

che siamo diventati

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