LA SCRITTURA È UNA MORTE LENTA (la mia, quando scrivete voi)

 

Parliamo dunque di scrittura…

Di saper scrivere in modo corretto, di come, sempre più spesso, ci siano valanghe di contenuti espressi malamente, argomentati in modo superficiale, pieni di errori e refusi.

In un articolo del Sole24 Ore intitolato Saper scrivere è così importante? Claudio Giunta ha provocato sulla questione: la crescente incapacità, fra gli studenti come fra i professionisti, di scrivere correttamente in lingua italiana, è davvero un problema?

Utilizzare locuzioni e preposizioni in modo erroneo, commettere errori di grammatica oppure utilizzare termini inappropriati al contesto, non è considerato rilevante nemmeno dagli esperti di settore poiché, come si suol dire, quel che importa è il contenuto, quel che importa è la sostanza, la tecnica, il risultato, il dato.

Giunta fa giustamente notare che moltissimi individui hanno raggiunto posizioni di rilievo e responsabilità senza possedere questa competenza legata all’espressione scritta e, quindi, come biasimare chi ritiene il “saper scrivere bene” una qualità accessoria, come potrebbe essere per esempio saper suonare uno strumento o saper disegnare?

Inoltre, aggiunge, quanto sarebbe giusto limitare l’accesso a certe professioni, e finanche alla facoltà di lettere, a chi non sappia scrivere correttamente? Non sarebbe forse antidemocratico? Per altro, molti bravissimi studenti, solleciti nello studio e interessati alle lezioni, capaci di ottenere ottimi risultati e ottimi voti all’orale, spesso non sanno scrivere. Gli si dovrebbe bloccare la carriera? Certamente no.

Così accade che, ogni giorno, stuoli di persone che non sanno scrivere vadano a ricoprire ruoli professionali importanti e di forte impatto sociale: professori e insegnanti, dirigenti, oltre che addetti alla comunicazione, gente che produce testi!

Gente pagata per scrivere che non sa scrivere.

Avanti tutta, schiere di opliti imbelli, caduti al forte della lingua italiana!

Per dirne una, capita anche che il consulente che verrà a parlarvi di comunicazione nella vostra azienda o che voi pagherete per scrivere i contenuti del vostro sito, possa tranquillamente scrivere qual è con l’apostrofo, dà senza accento – anche quando è la terza persona presente di dare – , sì affermativo come il si riflessivo e altre sviste, per poi magari dilettarsi in locuzioni pseudo eleganti e posticce per puro dimostrativismo…

Condite a piacere con inglesismi altisonanti e uccidetemi.

 

Andiamo ancora oltre, in questo discorso: passiamo al mondo on-line: non è evidente che la maggioranza della gente scrive e comunica con la stessa leggerezza (sciatteria, intendo dire sciatteria) del parlato? Non riprenderò qui la storia del naufragio della lingua italiana e di quei pochi sopravvissuti che vivono a stento su un’isola deserta e si danno meste pacche sulle spalle tra loro. No. Limitiamoci ai contenuti.

Molte persone che sul web sono attive e condividono testi sono convintissime di produrre contenuti originali quando invece, spesso, si tratta del copia e incolla di frasi e citazioni lette qua e là, assemblate sotto l’egida del luogo comune e quindi del plauso popolare.

Ricevo newsletter di persone che si offrono per fare consulenza e scrivono delle ovvietà da far venire il latte alle ginocchia. Oppure leggo articoli che parlano di emozioni e sentimenti mettendo in fila le immagini più becere. Per non parlare di chi si cimenta nella prosa poetica, senza possederne né l’arte né il talento, e senza contare quella gente che per forza deve dire la sua, su argomenti di cui non sa nulla, o non abbastanza.

Insomma, da un lato ci sono gli errori grammaticali e sintattici, dall’altro ci sono i contenuti sempre più poveri, accompagnati da argomentazioni sempre più scarse e da un lessico sempre più depauperato.

Il punto è che io credo che tutto ciò sia collegato:

sono profondamente convinta che avere una migliore conoscenza della lingua permetta al pensiero di avere una maggiore ampiezza. Come faccio a esprimere concetti, sentimenti, pensieri, quando il mio lessico è limitato? Allenare la nostra mente alla complessità del linguaggio significa dare al nostro pensiero lo spazio di formulare immagini più varie, più profonde, più precise, più vere.

Voglio credere che molti non si accorgano nemmeno delle gigantesche sbavature che i loro testi contengono ma:

soprattutto se siete professionisti, se siete autori di testi, se offrite consulenza, ogni tanto chiedete un riscontro!

Ovviamente offro la mia consulenza (scrivetemi una e-mail) oppure chiedete a un amico, a un bravo docente, a un altro professionista della scrittura – content editor, storyteller, editore o redattore che dir si voglia.

A dir la verità, per certe ruvidezze, a volte, basterebbe anche il correttore automatico di Word. Insomma, scegliete la persona di riferimento e il modo che più vi aggrada, ma è importante investirci tempo ed energie.

L’errore grammaticale o lessicale, di per sé, non è un problema, il problema semmai è l’assenza di formazione e cura che quell’errore talvolta rivela! Stai scrivendo di queste cose, ma hai mai letto quello che gli altri hanno scritto prima di te? Sei sicuro che questa idea sia proprio nuova nuova? Hai studiato e osservato? Hai verificato le fonti?

 

Il rigore nello scrivere è una forma di rispetto nei confronti del nostro interlocutore.

Inoltre scrivere al meglio delle nostre possibilità tutela noi dalle interferenze che, comunque, permangono nella comunicazione, nonostante lo sforzo di mettere tutte le virgole dove devono andare e di scegliere tutti i vocaboli più efficaci per il messaggio che si desidera trasmettere.

Scrivere bene è un modo di creare bellezza e qualità, è una piccola rivoluzione ottimista, una breccia che scalfisce la massa informe di parole bieche, una dichiarazione di presenza e amore per l’altro.

Quando noto che contenuti splendidi vengono ignorati, mentre produzioni testuali trasandate riescono a diffondersi in modo più efficace mi demoralizzo moltissimo e indago sui motivi: la facilità? L’immediatezza? L’empatia che creano per il loro approccio “spontaneo”? Non trovo mai vere risposte.

 

Ragionavo, in gioventù, su quanto la scrittura sia al contempo una riflessione sull’esistenza e il riflesso della vita, uno spazio privilegiato in cui l’autore comunica sentimenti eterni ai suoi lettori e crea un mondo parallelo dove ci si incontra all’infinito e la morte non esiste. Scrivevo, a quel tempo: “la scrittura è una morte lenta” e intendevo che scrivendo si muore più piano, perché si lascia una traccia per sempre. Intendevo, anche, che scrivendo si pregusta in pillole la morte, perché il bisogno di comunicare è un modo per riempire l’horror vacui del finito.

Insomma, io lo penso ancora che la scrittura sia una morte lenta.

La mia morte, quando scrivete voi.

 

 

 

 

 

5 commenti

  1. Erick C.

    Però! Un articolo sul valore dello scrivere bene… e poi mi cadi usando “piuttosto che” con valore disgiuntivo (errato, in questo caso) perché fa più fico rispetto all’usare “o” (corretto, in questo caso). Eh, vuoi mettere… Dodici lettere anziché una?
    Resto dell’idea che chi scrive con dieci parole quello che potrebbe essere espresso con cinque è capace anche di crimini peggiori. Quindi per dodici lettere (sbagliate) contro una (giusta), cosa dovremmo dire?

    Ancora non ho concluso la lettura del tuo testo.
    Non so se la concluderò.

    Buon proseguimento.
    Erick

    P.S.
    “Piuttosto che” crea una classifica: la seconda cosa migliore della prima, o viceversa.

    1. mymindisyellow

      “Piuttosto che”, in questo caso, non aveva il valore disgiuntivo, ma era comunque un uso improprio dell’espressione, derivante dal parlato, quando si intende “oltre che”: un fenomeno registrato largamente, come segnala – fra gli altri – anche l’enciclopedia Treccani. Grazie Erick C. per la segnalazione, molto utile, poiché dimostra che nonostante la passione e la cura, c’è sempre un particolare che può sfuggire. Spero che tu abbia concluso l’articolo! 🙂

  2. Silvia

    … e poi trovi una maestra che corregge ad un bambino di seconda elementare la parola “cioccolatini” in “cioccolaTTini” perché, a suo dire, essendo derivata da “latte” va scritta con due T …

    Leggere le tue riflessioni è comunque sempre un piacere!!
    Grazie

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