The National Live a Milano Rocks 2018

All the very best of us string ourselves up for love

di Tommaso Ronchini

All’arrivo sembra di entrare in una vecchia corte di campagna – di quelle usate per le grandi cerimonie – logora e un po’ polverosa, abbandonata da chissà quanti anni: le pareti ingiallite, gli infissi scrostati, un’aria stantia che pervade le narici e i ricordi. Per quanto lontani, sono ancora evidenti gli indizi degli antichi fasti, reperti di celebrazioni sontuose e di feste indimenticabili.

L’Area Expo attende nuova vita

(qui dovrebbe sorgere una sorta di gigantesco campus di ricerca medico- scientifica),

così nel frattempo è stata riciclata come spazio concerti: non male, ma la logistica può solo migliorare.

Ai lati dell’infinito Decumano, un tempo fervido crocevia di mercanti ed espositori, calpestato da milioni di curiosi, si ergono – stanchi e svuotati – i padiglioni della Sierra Leone e del Ghana, dei tuberi e dei legumi: ci accolgono spenti, come enormi magnum di Champagne dapprima ammirate da poveri diavoli trasognati, poi tracannate e ben presto dimenticate.

Sullo sfondo si staglia l’Albero della Vita, come una giostra indomita nel suo luccichio di luci sbiadite; poco oltre, ecco Palazzo Italia!, e già s’intravede lo spazio concerti, col suo palco monumentale.

La camminata è lunghissima, e le gambe risentono delle quasi tre ore di macchina che l’hanno preceduta (mannaggia alla tangenziale di Milano!): mai, nella mia ormai-non-più-breve vita da divoratore di concerti, avevo fatto così tanta fatica a raggiungere l’agognato parterre. Mai nella vita mi ero perso l’inizio di un concerto!

Ed ecco che, quasi all’incrocio con il Cardo (proprio dove svettava civettuola la Terrazza Martini),  risuonano finalmente i primi echi: manco a farlo apposta, i Franz Ferdinand hanno intonato la malinconica Walk away – una delle mie preferite, tra l’altro.

Si apre davanti a noi un prato enorme, ancora umido dell’acquazzone della serata precedente: siamo fortunati, il cielo oggi è limpido, si respira aria d’estate.

Come immaginavo, i quattro di Glasgow dal vivo sono una vera potenza: atletici, coinvolgenti, incontenibili. In una parola, esplosivi. Proprio come la combo finale Take me outThis fire, che chiude un concerto piuttosto breve (un’oretta, minuto più minuto meno), ma decisamente intenso. Peccato essersi persi i primi pezzi, ma d’altronde noi siamo qui principalmente per i The National e ci godiamo questa piacevole “sorpresa” senza troppe pretese.

Alle 21 ci sediamo un attimo, in attesa di Matt Berninger e soci: per fortuna c’è una mezz’oretta di tempo per scolarsi un paio di birre (altra nota stonata: prezzo esorbitante!) e far riposare le gambe.

Alle 21.40, con qualche minuto di perdonatissimo

 ritardo, i National fanno il loro ingresso in scena: ed è subito un brivido lungo la schiena, è subito Nobody else will be there.

La mente non può che tornare al lungo inverno da poco trascorso: ai viaggi verso Modena e Bologna, alle brevi fughe a Bonassola, alle stazioni inospitali, ai libri e ai manuali letti e consumati.

The system only dreams in total darkness accende il pubblico e lo trascina in un viaggio meraviglioso, accompagnato dal calore avvolgente che solo la voce immensa di Matt può regalare: ogni brano è una piccola perla preziosa, che per qualche minuto ci rapisce e ci riempie di bellezza e di vita, d’amore e di gioia pura. La sezione fiati e le percussioni sono eccezionali, i gemelli Dessner virtuosi ed impeccabili: rapidi ma delicati si susseguono i successi del passato – da Bloodbuzz Ohio (dedicata alla sorella Dessner) a Fake Empire, passando per la struggente I need my girl – e alcune splendide tracce di Sleep Well Beast (su tutte, forse, Carin at the liquor store).

Il tempo si ferma ed è come vivere in un’altra dimensione:

il risveglio arriva troppo presto, perché dopo la perfezione di About today si accendono subito le luci e l’incanto svanisce.

Per fortuna c’è ancora tempo per un piccolo bis: Berninger si improvvisa direttore d’orchestra e, accompagnato dalla band in versione acustica, concede l’esecuzione di Vanderlyle Crybaby Geeks al pubblico più intonato che abbia mai sentito.

È proprio la fine, è già ora di rimettersi in viaggio.

All the very best of us

string ourselves

up for love

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