Tolstòj e la trilogia della tentazione

La donna? Solo il diavolo sa cos’è. Dostoevskij

Lev Nikolàevič Tolstòj (1828-1910), scrittore russo, autore di opere grandiose quali Guerra e pace (1869) ed Anna Karenina (1877), si appresta, tra il 1889 e il 1891, all’elaborazione di Sonata a Kreutzer, Resurrezione e Il diavolo, tre storie che hanno per protagonisti le difficoltà della vita coniugale, l’amore, il sesso, la seduzione. Il legame di questi temi col vissuto dell’autore è piuttosto evidente per chi legga anche solo il racconto della vita di Tolstoj narrato dalla figlia Tat’jana[1], oppure Tolstoj est mort dello scritture russo Vladimir Pozner[2], ma anche la bella ricostruzione ad opera di Alberto Cavallari[3] degli ultimi giorni dello scrittore che, proprio la settimana prima di morire, fugge da casa e durante la fuga ripensa al proprio passato. Ci viene dato infatti di capire come Tolstoj, settantenne, abbia valutato la propria esistenza sotto nuova luce e come, nonostante questo abbia portato ulteriormente all’esasperazione la già avviata crisi coniugale con la moglie Sof’ia, egli desiderasse adeguarsi a valori ascetici e radicali, in totale contrasto con la vita agiata e gaudente della sua giovinezza e con la condotta che fino a quel momento avevano tenuto lui e la sua famiglia.

Il peso morale delle sue riflessioni e dei suoi desideri di rigore e povertà si erano fatti tanto più sentiti nel momento in cui, verso il 1880, si era attuata in lui quella che è stata definita la ´conversione ai Vangeli´, ad indicare un periodo di studio critico-filologico del testo dei quattro Vangeli Sinottici e soprattutto una totale e pronfonda adesione ai principi cristiani esplicitati nel cosiddetto Discorso della montagna (Matteo, capitolo V, vv. 21-48), discorso che spesso è da lui riproposto anche sul piano narrativo. Alla luce di questi valori, l’autore ha ripensato così alle personali vicende di matrimonio, tra adulteri e gelosie, e ne ha ricavato gli spunti per la stesura delle tre opere in questione, consistenti, nello specifico, in due romanzi ed un racconto.

Sonata a Kreutzer (in russo Крейцерова соната, traslitterato Krejcerova Sonata), pubblicato nel 1891, è il romanzo attraverso il quale Tolstoj rielabora la gelosia provata nei confronti della moglie per il palese e vendicativo interessamento di lei verso il musicista Taneev, un amico di famiglia: «l’odio di Tolstoj si era fatto violento, sempe più intermittente il suo desiderio di andarsene. Scene isteriche, pacificazoni, scontri, perdoni, avevano punteggiato le stagioni»[4] e, così, aveva preso forma il racconto in cui, durante un tragitto in treno, uno sconosciuto narratore riceve le confidenze di un compagno di viaggio sul rapporto di costui con la moglie, in particolare dei suoi sospetti di tradimento da parte di lei. Il titolo si riferisce all’occasione in cui si è scatenata la gelosia del viaggiatore, ovvero quando ha visto la moglie suonare il pianoforte insieme all’uomo suo rivale, un violinista. Il brano eseguito è appunto la Sonata a Kreutzer di Beethoven e la moglie del romanzo finirà uccisa, pugnalata dal marito, reso folle dalla gelosia. Nella realtà Tolstoj non si rese colpevole di uxoricidio, ma si capisce come il concerto pianoforte-violino sia la metafora del duetto di un amore-odio, possessivo e distruttivo, che da decenni egli ´sonava´ con la moglie Sof’ja e che lo porterà a fuggire da casa e a morire lontano da lei.

Resurrezione (Воскресение, Voskresenie), dal titolo rilevante, è un romanzo più corposo, progettato già dal 1889 ma poi terminato nel 1899, e ha per protagonista un principe che in veste di giudice si trova a deliberare circa le sorti di una prostituta che egli riconosce essere la ragazza da lui sedotta e abbandonata anni prima. Deciso a salvarla nonstante il tribunale l’abbia condannata, il principe si redime ad una vita fatta di gesti di bontà verso il prossimo ed attua da quel momento una trasformazione che va a toccare molti aspetti della sua esistenza, coinvolgendo anche la giovane donna, che egli sposa. Anche in questo caso la trama accoglie eventi autobiografici di Tolstoj, il quale, in gioventù, aveva precisamente sedotto e poi abbandonato una cameriera di casa, avendo inoltre avuto un figlio da una contadina sposata, senza mai riconoscere il bambino. Il percorso di redenzione – e resurrezione, da cui, appunto, il titolo – che coinvolge il protagonista del romanzo, è lo stesso a cui attendeva il suo autore: Tolstoj, infatti, prese a battersi contro le ingiustizie sociali, devolvendo le sue terre a favore dei contadini e delle classi più povere.

Ma il tormento che colpiva il romanziere russo per le sue trascorse avventure con le donne e, soprattutto, la sua passione per le contadine, ritorna prepotente con Il diavolo (Дьявол, D’javol), un romanzo molto breve che uscì postumo, nel 1911, un anno dopo la morte del suo autore, ma scritto tra il 1899 e il 1900. Vi si narrano le vicende sentimentali di un giovane signorotto di campagna che, ad appena un anno dal matrimonio, prova il fortissimo desiderio di tradire la moglie con una contadina che egli frequentava prima di sposarsi e con cui, apparentemente, aveva soltanto sfogato la sua sessualità, ma dalla quale, in realtà, era profondamente conturbato:

 

«Chiamano il padrone » disse un ragazzino, avvicinandosi a Evgenij, che non aveva sentito il richiamo della moglie. Liza voleva mostrargli il girotondo e una delle ballerine, che le piaceva in modo particolare. Si trattava di Stepanida. Indossava un abito giallo, un corpetto di velluto e un fazzoletto di seta. Era florida, energica, colorita, allegra. Probabilmente ballava bene, ma Evgenij non vedeva nulla. «Sì, sì» disse, togliendosi e rimettendosi il pince-nez. «Già» ripeteva. E intanto pensava: “Pare proprio che io non riesca a levarmela di torno”. Non la guardava perché temeva di esserne attratto, e anche quel poco che poté scorgere di lei gli parve particolarmente seducente. Ma, soprattutto, intuì da un lampo nel suo sguardo che anche Stepanida lo vedeva, e vedeva come lui ne fosse ancora invaghito. [5]

 

Esacerbato dal conflitto interiore e per evitare di cadere in tentazione, il protagonista del racconto si toglie la vita o, in un finale alternativo, uccide la donna da cui era attratto, per finire quindi i suoi giorni alienato e alcolizzato. A dimostrare l’ispirazione autobiografica del soggetto, c’è l’aneddoto del nascondiglio: Tolstoj, infatti, teneva il manoscritto de Il diavolo al riparo dagli occhi indiscreti di sua moglie Sof’ja, nascondendolo sotto la fodera interna di una poltrona di casa, insieme ad alcune lettere riguardanti la crisi coniugale che era in corso tra loro; anche per questo il racconto uscì postumo: dovette infatti attendere la revisione di Anton Certkòv, il segretario e uomo di fiducia di Tolstoj.

Ora, al di là del dato biografico, è chiaro come Tolstoj, in un periodo di profonda crisi etica, religiosa, ma soprattutto coniugale, abbia voluto riflettere sulle dinamiche di devianza connaturate ad una vita sentimentale e sessuale che invece in quella fase della sua esistenza avrebbe voluto ripensare come monogama, ordinata e casta. Si tratta in definitiva di un tentativo, attraverso la scrittura, di compiere un atto di purificazione e, ancor più, di risolvere le contraddizioni di una coscienza tormentata.

 

 

Gustave Klimt, Giuditta e Oloferne

[1] Tatiana Tolstoj, Anni con mio padre, traduzione dal francese di Roberto Rebora, Garzanti, Milano, 1978.

[2] Vladimir Pozner, Tolstoj est mort, La Bibliothèque française, Paris, 1948.

[3] Alberto Cavallari, La fuga di Tolstoj, Skira, Ginevra-Milano, 2010.

[4] Ivi, p. 27.

[5] Lev N. Tolstoj, Il diavolo, traduzione di Silvia Sichel, Passigli Editore, Firenze, 2012, pp. 46-47

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